mercoledì, 31 ottobre 2007

 

Sempre più spesso si parla di responsabilità, ma sempre più spesso noto che si è molto restii ad assumersela!!!!!

"Non è importante quanto si è grandi, ma quanto si vuole crescere"

Questo è lo slogan che ho scritto sulla lavagna della mia azienda, non solo per ricordarmi e ricordare ai miei collaboratori che per "vivere" dobbiamo inevitabilmente migliorarci, ma e soprattutto per stimolare in loro la consapevolezza che se si vuole crescere, e questo è il mio obiettivo sia aziendale che personale, occorre prendersi o meglio "accollarsi"  delle responsabilità più o meno grandi.

Sono stanca delle persone che sono solo giudicanti, che contestano ma non propongono.

E' molto più facile delegare e semmai accodarsi ad una scelta che non essere in prima linea, questo vale sia nel lavoro ma anche nelle battaglie personali.

Ma ancora di più sono stanca delle persone che agiscono senza avere la consapevolezza delle proprie azioni sugli altri e delle conseguenze che ne scatenano.

Da oggi la mia battaglia personale sarà proprio questa, impegnarmi affinchè le persone che mi circondano prendano coscienza di ciò che fanno!!!!!!

Marica

postato da: damaga alle ore 13:23 | Permalink | commenti (3)
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giovedì, 18 ottobre 2007

Una piccola riflessione sul tempo che passafunerale.

funerale

Le mie amiche trentenni sono invitate a molti matrimoni e raramente partecipano a qualche funerale,  io e le mie amiche quarantenni andiamo ai funerali e raramente a qualche matrimonio.

Ebbene si, anche da questo capisco che sto invecchiando!!!!

Daniela

postato da: damaga alle ore 17:42 | Permalink | commenti (3)
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martedì, 09 ottobre 2007
Questa è la tragica storia di cattiva sanità che ha come conseguenza la morte del papà del mio socio Frank.  E’ la storia di una morte annunciata e addirittura diagnosticata. Il palcoscenico di questa tragica realtà è il Sistema sanitario della regione Abruzzo. Circa 17 anni fa il papà di Frank veniva operato presso Teramo al fine di impiantare dei ponti cardiaci (by-pass): l’operazione si concludeva con successo. Il ciclo di vita medio di tale intervento è circa 10 anni; tuttavia, nè il medico di base né specialisti in cardiologia di Pescara sollecitavano il papà di Frank ad un controllo sistematico. Il 23 agosto Frank accompagnava il padre al pronto soccorso di Pescara. Esito dell’esame: trauma psichico e normalità cardiaca.  Dopo poco più di 20 giorni il padre di Frank veniva trasportato d’urgenza in ospedale il 17 settembre 2007. Il referto già indicava la via del ritorno a casa, quando un medico scrupoloso rivelava anomalie enzimatiche e predisponeva un ricovero in cardiologia. In quella sede veniva diagnosticata una pleurite, uno scompenso cardiaco e, tramite l’esame coronografico,l’ostruzione di 4 ponti cardiaci su 5 al 90%. In tali condizioni, si auspicava una nuova operazione di impianto da effettuare a Chieti o Teramo. Quest’ultimo ospedale si dichiarava disponibile all’operazione così che il padre di Frank veniva trasferito il 26 settembre presso la cardio-chirurgia di Teramo. Buon senso vorrebbe che tale paziente fosse inserito in una lista di urgenza, ma tra le urgenze c’è anche una priorità. E poi, i posti letto in rianimazione sono solo 6 e le infermiere sono insufficienti. Il sistema sanitario è fragile: la lista si allunga, l’attesa cresce. Ciò che sarebbe dovuto essere un’attesa di qualche giorno supera la settimana. In fondo, il paziente non mostra segni di sofferenza! Ma il cuore del papà di Frank è appeso ad un’ultima sottile arteria che alle 16:30 del 5 ottobre decide di chiudersi, sopraffatta dalla vita e dalla fatica. E dal tempo.
Responsabilità? Negligenza? Superficialità? Mi chiedo se un letto o un’infermeria in più avrebbero salvato la vita di questo im-paziente, se la fuga da questo Sistema sanitario regionale non avesse dato un’opportunità in più. Domande il cui “se” non avrà risposta.
Frank ha scritto un ricordo di suo padre, per lui quasi una preghiera!
Vorrei raccontarvi una storia con la pesantezza del dolore e la leggerezza del ricordo, giocando con le lacrime e i sorrisi, galleggiando tra le parole.
E’ pomeriggio. Immaginate di essere intenti a chiamare un telefono cellulare, diabolico strumento, con la certezza che vi risponda vostro padre. Ne siete certi perché il telefono è personale e perché qualche ora prima altri l’avevano già fatto.
Vi risponde una voce diversa, estranea, che assume il timbro inopportuno del referto medico: la Morte. Folgorante, come quell’attacco cardiaco. Devastante, come recidere una foresta di speranze costruite nella paziente attesa di 3 lunghe settimane. Il tempo, crudele esattore in una camera d’ospedale ritenuta inespugnabile …
Non pensavo che ci potessero essere tante lacrime da versare, quasi che il dolore volesse precipitare come questa pioggia, che osservo, studio e inseguo da anni. Forse perché la ferita, inattesa, è stata verticale, profonda: come quell’operazione mai avvenuta.
Ricordo che anche mio padre seppe della morte di mio nonno Francesco via telefono, una sera: “He’s passed away”. Avevo 15 anni ed ero lì. Ti chiedi, allora, se la vita sia una lunga catena di chiamate telefoniche … 
Luigi, detto Gino, ma anche Louis e pure Johnny, era un ragazzo cresciuto con la Guerra. Aveva 11 anni e condivise quell’anomala adolescenza con molti cugini di quel paese affettuosamente chiamato Castiello. Avrebbe avuto anche un fratello maggiore, un altro Luigi, se non fosse morto prima di ogni vagito.
Gino raccontava di essere ancora qui per caso: era scampato al bombardamento del negozio di barbiere, dove si esercitava come apprendista, in quanto arrivato tardi! Imparò l’inglese in un’estate, negli Stati Uniti, quando anche gli italiani erano immigrati. Superò l’esame di ammissione alle High Schools, imparando a memoria il testo inglese appena letto: italiani, popolo di trasmigratori e inventori! Rientrò in Italia da studente universitario, una promozione sociale lusinghiera per quei tempi, ma anche un modo per evitare la follia coreana degli americani. E in paese lo cominciarono a chiamare Johnny, come il cantante Johnny Guitar.
Doveva fare il medico, ma svenne alla prima vista del sangue: decise che era meglio curare il prossimo farmacologicamente e diventò farmacista, tacendo al padre questo impossibile segreto.
Gino, ovvero Luigi, sposò mia madre, abbordandola con quell’inimitabile frase da dolce vita: “Posso accompagnarla, signorina?”. E mia madre al secondo tentativo ci cascò, anche perché Gino era indubbiamente di bell’aspetto.
Nacquero due figli: Lidia, in onore dell’amata madre e Frank Silvio detto Franco. Quel Frank era un omaggio del nonno paterno alla sua patria adottiva, mentre Silvio, in quei tempi non sospetti, ricordava orgogliosamente il nonno materno. Anche quel figlio condivise, da allora, la sorte dei tanti nomi e dei tanti volti.
Il cuore di Gino cedette all’età di 43 anni, ma superò la china e si inventò un lavoro ricominciando da zero.
Il paese di Picciano ricorda ancora quel farmacista dietro il banco, disponibile e presente, infaticabile lavoratore, riservato e di grande cuore. Quel cuore, timido e introverso, in cui rimbombava ancora la Guerra, che non è mai l' ultima …
Nulla è mai bianco o nero. Anche i funerali andrebbero fatti a colori. Ripensi a quante parole, dure come pietre, potevano non essere lanciate, a quanti abbracci, muti e forti, avresti potuto dare, a quante incomprensioni, inutili, si sarebbero potute chiarire. Ci si pensa sempre dopo e solo in questi momenti dove a livella traccia una sola linea tra Vita e Morte.
Luigi, detto Gino, non era un figlio perfetto, un marito perfetto, un padre perfetto, uno zio perfetto, un amico perfetto, esattamente come il mondo è a colori, imperfetto.
Da nonno era molto migliorato, indubbiamente, anche se continuava ecologicamente a rimproverare i dissipatori di luce elettrica e a razionare ai nipoti la Coca-cola, anzi la Pepsi-cola, sua personale forma di anti-conformismo …
Luigi, detto Louis, all’età di 16 anni, nel 1945, scrisse un romanzo. Lo scoprii per caso dentro uno scaffale e fu una folgorazione, diversa dall’ultima. Ci sono momenti in cui ognuno pedina sé stesso, un figlio ricerca il padre e la madre e scopre il mondo di un uomo e di una donna. Quel romanzo si intitolava: “Tragico amore” e nel frontespizio recitava “Imitato dall’aspra battaglia avvenuta nel 1943 sulle sanguinanti sponde del fiume Sangro. In questo forbito scritto sintetico il giovane studente fa risaltare, sotto il manto della poesia, le condizioni pietose d’Italia e quelle che sono le speranze di rinascita del suo popolo e si augura torni a sboccare nuovamente il fiore della pace con giustizia e fratellanza fra i popoli. In labore fructus”.
Rilegammo quelle pagine e gli regalammo il suo romanzo per il sessantatreesimo compleanno.
Quelle pagine, lontane dalla luce, portavano i segni di un giardino fortificato, aspettavano un tempo senza inizio e senza fine. Parole scritte senza essere mai state pronunciate, da ascoltare mentre nuotavano nel mare silenzioso della coscienza …
E’ nel Sangro che Luigi, detto Gino ma anche Louis e pure Johnny, tornerà oggi, in un’autunnale domenica pomeriggio, salutato dalla mia pioggia, senza dare troppo fastidio, quasi una scelta, coerente con quella sua sobrietà e umiltà che sapeva di understatement …
Ho richiamato quel cellulare. Prima di entrare nelle fauci della galleria del Gran Sasso, dentro il ventre della Terra, ho fatto tre squilli. Ho lanciato quel grido tramite un’onda, una di quelle microonde che la mia mente cavalca ogni giorno: presenze invisibili, eteree, ubique. Nessuno ha risposto. Ma forse sono io che non ho sentito …
Tuo figlio Frank, detto Franco ma anche Francesco e pure Silvio
Condoglianze Frank.  Il mio abbrccio di conforto. Daniela
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