mercoledì, 16 dicembre 2009
Le mie scarpe hanno un buco.

Lo sento quando piove.

Tirano su la pioggia. E la neve che si scioglie con il calore e fredda la pianta, si espande. Fredda gli occhi, la testa e le mani.

Quelle scarpe. Le stesse.

Devo solo ripararle.

Cammina. Cammina. Vai via. Vieni.

Turutump. Turutump.

Fiuuu. Fiuuuu.

Lo sai quanto ci mette una stella a coprire un secondo? 300.000 metri.

Tutti lo contano al contrario: 300.000 metri in un solo secondo. Un secondo, capisci?

Tac.

Finito.

Senza contare l’effetto superluminale.

“[...] brevi impulsi di luce che superano degli ostacoli con una velocità apparentemente maggiore [...] “

Non coglierlo.

Non fermarlo.

Qualsiasi cosa sia.

Turutump. Turutump.

Cambiare i connotati ai verbi. Transumanare il futuro anteriore in passato prossimo. O come dici tu non vivere il presente perfetto. Che bello il passato imperfetto.

Hai la nebbia per sparire. Un binario per morire. Una banchina da restare. Una nave da ormeggiare. Un battello da ubriacare.

Sentilo soltanto.

Tienilo come nessuno sa fare.

Quel movimento perpetuo.

E non ti domandare. Perché…che te lo domanderesti a fare?

Non c’è niente da rispondere. Io ho smesso.

Lasciami scrivere. Lasciati leggere, nella camera del cuore. E poi capovolgi la sfiducia.

La fiducia, capisci?

La fiducia.

….Cristiana Alicata
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lunedì, 28 settembre 2009
Una parte di te, vive dentro di me.

Addio Gabriele.



Daniela
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giovedì, 26 febbraio 2009
Caro papa’, l’ eredità che mi hai lasciato è importante, profonda, meravigliosa.

Un’eredità fatta di poche parole ma di tanti gesti….. i tuoi gesti.

Non ricordo quando ho compreso che la “bontà” era per te un valore. La tua bonta’ penso di averla respirata da bambina, poi da ragazzina infine da adulta.
C’e’ chi dice, e sono in tanti, che chi è buono è un “fesso” oppure un debole. Tu mi hai insegnato invece che la bonta’ coincide con l’ intelligenza e con la forza e che solo da questa intelligenza e da questa forza puo’ nascere il bene. “Bene” una parola straordinaria! Solo grazie a te ne ho compreso fino in fondo il senso: perche’ il Bene è come il Sole che illumina ogni cosa. Come la luce consente all’occhio di vedere, cosi’ il Bene ci consente di capire e di sentire. Sentire e capire. Capire e sentire…Questo e’ il battito dell’anima quando c’e’ il Sole.

Non ricordo quando ho compreso che l’ “altruismo” era per te un valore. Penso di averlo respirato da bambina, poi da ragazzina, infine da adulta. Quella qualità morale di saper guardare, ascoltare, sostenere gli altri: le persone che ami da sempre, gli sconosciuti che incontri per strada. Con noi, con loro, ti ho visto grande nel donare e nel ricompensare, anteponendo sempre il perdono alla vendetta. Ti ho visto così nei momenti belli e dolorosi, facili e difficili della tua vita.

Non ricordo quando ho compreso che l’ “impegno” era per te un valore. Penso di averlo respirato da bambina, poi da ragazzina, infine da adulta. Un giorno di tanti anni fa di fronte ad una mia difficoltà mi hai detto “ Se esiste un problema esiste anche la soluzione, basta trovarla!”. E con il tuo esempio fatto di impegno, a volte di ostinazione, caparbietà e testardaggine, mi hai dimostrato che ci si può confrontare anche con i problemi più grandi… Cosi’ sono diventata ostinata, caparbia e testarda, proprio come te, anche se esserlo, a volte, puo’ costare caro, e tu lo sai bene papa’…

Non ricordo quando ho compreso che l’ “ironia” era per te un valore. Penso di averlo respirato da bambina, poi da ragazzina, infine da adulta. Quando guardavi le cose come se fossi a bordo di una mongolfiera: da quell’altezza, con tutta quella leggerezza, con tutto quel blu… la terra era misurabile, comprensibile, amabile. Dentro di te sorridevi e con quel sorriso segreto affrontavi il giorno e la notte. Quell'ironia rivive in Paolo,tuo figlio, mio amato fratello.

Non ricordo quando ho compreso che l’ amore era per te il valore piu’ grande. Penso di averlo respirato da bambina, poi da ragazzina, infine da adulta.
Quell’amore delicato ed elegante, che solo un cuore nobile puo’ dare. Quell’amore cosi’ grande che di fronte a lui la mediocrita’ sparisce. Quell’amore che non e’ fatto di parole, ma di gesti … i tuoi gesti.

I tuoi gesti che mi hai lasciato in eredita’.
Daniela
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martedì, 09 dicembre 2008
E’ una mattinata fredda, un freddo pungente al quale una “romana” come me non è certo abituata, il cuore e l’anima, invece sono calde. E’ quel calore, quell’energia che ti arrivano addosso solo se hai maturato le scelte con pensieri profondi e rinnovato consapevolezze, nel tempo e con il tempo. Poi arriva il momento, gli eventi si succedono (ad esempio: il no del vaticano alla depenalizzazione dei reati omosessuali) e la scelta si fa azione. Oggi mi sono sbattezzata. Per coerenza. Per mandare un segnale chiaro. Per una questione di democrazia. Perchè come donna ed omosessuale sono “maltrattata”. Per rivendicare la mia identità. Per non essere considerata dalla stessa legge italiana tra i “sudditi” delle gerarchie ecclesiastiche. Daniela
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giovedì, 23 ottobre 2008
Ho incontrato su Facebook un mio amico di cui avevo perso le "tracce" da tanto tempo e mi ha fatto ricordare un pezzo, anche, della mia infanzia.....
Grazie Giovanni

Marica


Noi che la penitenza era "dire fare baciare lettera testamento".
Noi che ci sentivamo ricchi se avevamo "Parco Della Vittoria e Viale Dei Giardini".
Noi che i pattini avevano 4 ruote e si allungavano quando il piede cresceva.
Noi che mettevamo le carte da gioco con le mollette sui raggi della bicicletta.
Noi che chi lasciava la scia più lunga nella frenata con la bici era il più figo.
Noi che "se ti faccio fare un giro con la bici nuova non devi cambiare le marce".
Noi che il Ciao si accendeva pedalando.
Noi che suonavamo al campanello per chiedere se c'era l'amico in casa e se scendeva a giocare
Noi che adottavamo gatti e cani randagi che non ci hanno mai attaccato
nessuna malattia mortale anche se dopo averli accarezzati ci mettevamo le dita in bocca.
Noi che quando starnutivi, nessuno chiamava l'ambulanza.
Noi che i termometri li rompevamo, e le palline di mercurio giravano per tutta casa.
Noi che dopo la prima partita c'era la rivincita, e poi la bella, e poi la bella della bella..
Noi che giocavamo a "Indovina Chi?" e conoscevamo tutti i personaggi a memoria.
Noi che giocavamo a Forza 4.
Noi che giocavamo a nomi, cose, animali, città.. (e la città con la D era sempre Domodossola).
Noi che ci mancavano sempre quattro figurine per finire l'album Panini.
Noi che avevamo il "nascondiglio segreto" con il "passaggio segreto".
Noi che ci divertivamo anche facendo "Strega comanda color.".
Noi che giocavamo a "Merda" con le carte.
Noi che le cassette se le mangiava il mangianastri, e ci toccava riavvolgere il nastro con la penna.
Noi che avevamo i cartoni animati belli..!!
Noi che litigavamo su chi fosse più forte tra Goldrake, Mazinga e Daitan3 noi che "Si, ma Julian Ross se solo non fosse malato di cuore sarebbe più forte di Holly..."
Noi che guardavamo " La Casa Nella Prateria" anche se metteva tristezza.
Noi che le barzellette erano Pierino, il fantasma formaggino o un francese, un tedesco e un napoletano
Noi che alla messa ridevamo di continuo.
Noi che ci emozionavamo per un bacio su una guancia.
Noi che si andava in cabina a telefonare.
Noi che c'era la Polaroid e aspettavi che si vedesse la foto.
Noi che non era Natale se alla tv non vedevamo la pubblicità della CocaCola con l'albero.
Noi che al nostro compleanno invitavamo tutti, ma proprio tutti, i nostri compagni di classe.
Noi che se guardavamo tutto il film delle 20:30 eravamo andati a dormire tardissimo.
Noi che suonavamo ai campanelli e poi scappavamo.
Noi che ci sbucciavamo il ginocchio, ci mettevamo il mercuro cromo, e più era rosso più eri figo
Noi che nelle foto delle gite facevamo le corna ed eravamo sempre sorridenti.
Noi che il bagno si poteva fare solo dopo le 4.
Noi che quando a scuola c'era l'ora di ginnastica partivamo da casa in tuta.
Noi che a scuola ci andavamo da soli, e tornavamo da soli.
Noi che se a scuola la maestra ti dava un ceffone, la mamma te ne dava 2.
Noi che se a scuola la maestra ti metteva una nota sul diario, a casa era il terrore.
Noi che le ricerche le facevamo in biblioteca, mica su Google.
Noi che però sappiamo a memoria "Zoff Gentile Cabrini Oriali Collocati Scirea Conti Tardelli Rossi Antognoni Graziani (allenatore Bearzot)".
Noi che il "Disastro di Cernobyl" vuol dire che non potevamo bere il latte alla mattina.
Noi che si poteva star fuori in bici il pomeriggio.
Noi che se andavi in strada non era così pericoloso.
Noi che però sapevamo che erano le 4 perchè stava per iniziare BIM BUM BAM.
Noi che sapevamo che ormai era pronta la cena perché c'era Happy Days.
Noi che il primo novembre era "Tutti i santi", mica Halloween.
Noi che le birre erano Peroni, Moretti, Dreher e Wuhrer..e basta!!!
Noi che a scuola con lo zaino invicta e la smemoranda
Noi che se la notte ti svegliavi e accendevi la tv vedevi il segnale di interruzione delle trasmissioni con quel rumore fastidioso
Noi che abbiamo avuto le tute lucide che facevano troppo figo
Noi che all'oratorio le caramelle costavano 10-20 lire
Noi che si suonava la pianola Bontempi
Noi che la Ferrari era Alboreto, la Mclaren Prost , la Williams Mansell , la Lotus Senna e Piquet e
la Benetton Nannini
Noi che il Commodore64 e il registratore lentissimo s'inceppava sempre!
Noi che la merenda era la Girella e il Billy all'arancia
Noi che come scarpa da calcio avevamo la pantofola d'oro
Noi che le macchine avevano la targa nera.. i numeri bianchi.. e la sigla della provincia in arancione!!
Noi che quando vedevamo i biscotti della Bistefani "e chi sono io Babbo Natale?"
Noi che il guardavamo allucinati il futuro nel Drive In con i paninari
Noi che il twix si chiamava Raider e faceva competizione al Mars
Noi che abbiamo visto 15 volte i Goonies, Ritorno al Futuro e Stand by me
Noi che giocavamo col Super Tele
Noi che il tango costava ancora 5 mila lire e.. "stai sicuro che questo non vola..."
Noi che le all star le compravi al mercato a 10.000 lire
Noi che avere un genitore divorziato era impossibile
Noi che tiravamo le manine appiccicose delle patatine sui capelli delle femmine
Noi che abbiamo avuto tutti il bomber blu con l'interno arancione e i miniciccioli nel taschino
Noi che se eri bocciato in 3° media potevi arrivare con il Fifty truccato ed eri un figo della Madonna


NOI CHE SIAMO ANCORA QUI E CERTE COSE LE ABBIAMO DIMENTICATE

E SORRIDIAMO QUANDO CE LE RICORDIAMO

NOI CHE SIAMO STATI QUESTE COSE E GLI ALTRI NON SANNO COSA SI SONO PERSI
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venerdì, 28 marzo 2008

Qui di seguito le immagini della casa che affittiamo!!!!  Chiunque fosse interessato ci contatti, si trova a Roma zona Monteverde.

DSCN1201il soggiorno e il soppalco (letto)il corridoio e gli armadi a murozona pranzola cucinail bagnoDSCN1223

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lunedì, 05 novembre 2007
Voglio fare festa,  oggi sono felice.  Semplicemente ti amo. Daniela 
"L'amore fa l'acqua buona
fa passare la malinconia
crescere i capelli l'amore fa
l'amore accarezza i figli
l'amore parla con i vecchi
qualcuno vuole bene ai piu' lontani
anche per telefono
l'amore fa guerra agli idioti
agli arroganti pericolosi
fa bellissima la stanchezza
avvicina la fortuna quando puo'
fa buona la cucina
l'amore e' una puttana
che onora la bellezza
di un bacio per regalo
 
cose che fanno ridere
l'amore fa
cose che fanno piangere
 
l'amore fa begli gli uomini
sagge le donne
l'amore fa
cantare le allodole
dolce la pioggia d'autunno
e vi dico che fa viaggiare, si'
illumina le strade
fa grandi le occasioni
di credere e di imparare
 
cose che fanno ridere
l'amore fa
cose che fanno piangere
 
fa crescere i gerani e le rose
aprire i balconi
l'amore fa
confondere le citta'
ma riconoscere i padroni
l'amore lo fa
aprire bene gli occhi
amare piu' se stessi
l'amore fa bene alla gente
comprendere il perdono
l'amore fa."
  
Ivano Fossati > L'Arcangelo (2006) >
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giovedì, 18 ottobre 2007

Una piccola riflessione sul tempo che passafunerale.

funerale

Le mie amiche trentenni sono invitate a molti matrimoni e raramente partecipano a qualche funerale,  io e le mie amiche quarantenni andiamo ai funerali e raramente a qualche matrimonio.

Ebbene si, anche da questo capisco che sto invecchiando!!!!

Daniela

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martedì, 09 ottobre 2007
Questa è la tragica storia di cattiva sanità che ha come conseguenza la morte del papà del mio socio Frank.  E’ la storia di una morte annunciata e addirittura diagnosticata. Il palcoscenico di questa tragica realtà è il Sistema sanitario della regione Abruzzo. Circa 17 anni fa il papà di Frank veniva operato presso Teramo al fine di impiantare dei ponti cardiaci (by-pass): l’operazione si concludeva con successo. Il ciclo di vita medio di tale intervento è circa 10 anni; tuttavia, nè il medico di base né specialisti in cardiologia di Pescara sollecitavano il papà di Frank ad un controllo sistematico. Il 23 agosto Frank accompagnava il padre al pronto soccorso di Pescara. Esito dell’esame: trauma psichico e normalità cardiaca.  Dopo poco più di 20 giorni il padre di Frank veniva trasportato d’urgenza in ospedale il 17 settembre 2007. Il referto già indicava la via del ritorno a casa, quando un medico scrupoloso rivelava anomalie enzimatiche e predisponeva un ricovero in cardiologia. In quella sede veniva diagnosticata una pleurite, uno scompenso cardiaco e, tramite l’esame coronografico,l’ostruzione di 4 ponti cardiaci su 5 al 90%. In tali condizioni, si auspicava una nuova operazione di impianto da effettuare a Chieti o Teramo. Quest’ultimo ospedale si dichiarava disponibile all’operazione così che il padre di Frank veniva trasferito il 26 settembre presso la cardio-chirurgia di Teramo. Buon senso vorrebbe che tale paziente fosse inserito in una lista di urgenza, ma tra le urgenze c’è anche una priorità. E poi, i posti letto in rianimazione sono solo 6 e le infermiere sono insufficienti. Il sistema sanitario è fragile: la lista si allunga, l’attesa cresce. Ciò che sarebbe dovuto essere un’attesa di qualche giorno supera la settimana. In fondo, il paziente non mostra segni di sofferenza! Ma il cuore del papà di Frank è appeso ad un’ultima sottile arteria che alle 16:30 del 5 ottobre decide di chiudersi, sopraffatta dalla vita e dalla fatica. E dal tempo.
Responsabilità? Negligenza? Superficialità? Mi chiedo se un letto o un’infermeria in più avrebbero salvato la vita di questo im-paziente, se la fuga da questo Sistema sanitario regionale non avesse dato un’opportunità in più. Domande il cui “se” non avrà risposta.
Frank ha scritto un ricordo di suo padre, per lui quasi una preghiera!
Vorrei raccontarvi una storia con la pesantezza del dolore e la leggerezza del ricordo, giocando con le lacrime e i sorrisi, galleggiando tra le parole.
E’ pomeriggio. Immaginate di essere intenti a chiamare un telefono cellulare, diabolico strumento, con la certezza che vi risponda vostro padre. Ne siete certi perché il telefono è personale e perché qualche ora prima altri l’avevano già fatto.
Vi risponde una voce diversa, estranea, che assume il timbro inopportuno del referto medico: la Morte. Folgorante, come quell’attacco cardiaco. Devastante, come recidere una foresta di speranze costruite nella paziente attesa di 3 lunghe settimane. Il tempo, crudele esattore in una camera d’ospedale ritenuta inespugnabile …
Non pensavo che ci potessero essere tante lacrime da versare, quasi che il dolore volesse precipitare come questa pioggia, che osservo, studio e inseguo da anni. Forse perché la ferita, inattesa, è stata verticale, profonda: come quell’operazione mai avvenuta.
Ricordo che anche mio padre seppe della morte di mio nonno Francesco via telefono, una sera: “He’s passed away”. Avevo 15 anni ed ero lì. Ti chiedi, allora, se la vita sia una lunga catena di chiamate telefoniche … 
Luigi, detto Gino, ma anche Louis e pure Johnny, era un ragazzo cresciuto con la Guerra. Aveva 11 anni e condivise quell’anomala adolescenza con molti cugini di quel paese affettuosamente chiamato Castiello. Avrebbe avuto anche un fratello maggiore, un altro Luigi, se non fosse morto prima di ogni vagito.
Gino raccontava di essere ancora qui per caso: era scampato al bombardamento del negozio di barbiere, dove si esercitava come apprendista, in quanto arrivato tardi! Imparò l’inglese in un’estate, negli Stati Uniti, quando anche gli italiani erano immigrati. Superò l’esame di ammissione alle High Schools, imparando a memoria il testo inglese appena letto: italiani, popolo di trasmigratori e inventori! Rientrò in Italia da studente universitario, una promozione sociale lusinghiera per quei tempi, ma anche un modo per evitare la follia coreana degli americani. E in paese lo cominciarono a chiamare Johnny, come il cantante Johnny Guitar.
Doveva fare il medico, ma svenne alla prima vista del sangue: decise che era meglio curare il prossimo farmacologicamente e diventò farmacista, tacendo al padre questo impossibile segreto.
Gino, ovvero Luigi, sposò mia madre, abbordandola con quell’inimitabile frase da dolce vita: “Posso accompagnarla, signorina?”. E mia madre al secondo tentativo ci cascò, anche perché Gino era indubbiamente di bell’aspetto.
Nacquero due figli: Lidia, in onore dell’amata madre e Frank Silvio detto Franco. Quel Frank era un omaggio del nonno paterno alla sua patria adottiva, mentre Silvio, in quei tempi non sospetti, ricordava orgogliosamente il nonno materno. Anche quel figlio condivise, da allora, la sorte dei tanti nomi e dei tanti volti.
Il cuore di Gino cedette all’età di 43 anni, ma superò la china e si inventò un lavoro ricominciando da zero.
Il paese di Picciano ricorda ancora quel farmacista dietro il banco, disponibile e presente, infaticabile lavoratore, riservato e di grande cuore. Quel cuore, timido e introverso, in cui rimbombava ancora la Guerra, che non è mai l' ultima …
Nulla è mai bianco o nero. Anche i funerali andrebbero fatti a colori. Ripensi a quante parole, dure come pietre, potevano non essere lanciate, a quanti abbracci, muti e forti, avresti potuto dare, a quante incomprensioni, inutili, si sarebbero potute chiarire. Ci si pensa sempre dopo e solo in questi momenti dove a livella traccia una sola linea tra Vita e Morte.
Luigi, detto Gino, non era un figlio perfetto, un marito perfetto, un padre perfetto, uno zio perfetto, un amico perfetto, esattamente come il mondo è a colori, imperfetto.
Da nonno era molto migliorato, indubbiamente, anche se continuava ecologicamente a rimproverare i dissipatori di luce elettrica e a razionare ai nipoti la Coca-cola, anzi la Pepsi-cola, sua personale forma di anti-conformismo …
Luigi, detto Louis, all’età di 16 anni, nel 1945, scrisse un romanzo. Lo scoprii per caso dentro uno scaffale e fu una folgorazione, diversa dall’ultima. Ci sono momenti in cui ognuno pedina sé stesso, un figlio ricerca il padre e la madre e scopre il mondo di un uomo e di una donna. Quel romanzo si intitolava: “Tragico amore” e nel frontespizio recitava “Imitato dall’aspra battaglia avvenuta nel 1943 sulle sanguinanti sponde del fiume Sangro. In questo forbito scritto sintetico il giovane studente fa risaltare, sotto il manto della poesia, le condizioni pietose d’Italia e quelle che sono le speranze di rinascita del suo popolo e si augura torni a sboccare nuovamente il fiore della pace con giustizia e fratellanza fra i popoli. In labore fructus”.
Rilegammo quelle pagine e gli regalammo il suo romanzo per il sessantatreesimo compleanno.
Quelle pagine, lontane dalla luce, portavano i segni di un giardino fortificato, aspettavano un tempo senza inizio e senza fine. Parole scritte senza essere mai state pronunciate, da ascoltare mentre nuotavano nel mare silenzioso della coscienza …
E’ nel Sangro che Luigi, detto Gino ma anche Louis e pure Johnny, tornerà oggi, in un’autunnale domenica pomeriggio, salutato dalla mia pioggia, senza dare troppo fastidio, quasi una scelta, coerente con quella sua sobrietà e umiltà che sapeva di understatement …
Ho richiamato quel cellulare. Prima di entrare nelle fauci della galleria del Gran Sasso, dentro il ventre della Terra, ho fatto tre squilli. Ho lanciato quel grido tramite un’onda, una di quelle microonde che la mia mente cavalca ogni giorno: presenze invisibili, eteree, ubique. Nessuno ha risposto. Ma forse sono io che non ho sentito …
Tuo figlio Frank, detto Franco ma anche Francesco e pure Silvio
Condoglianze Frank.  Il mio abbrccio di conforto. Daniela
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lunedì, 10 settembre 2007
Questo è una specie di “diario” che raccoglie e custodisce alcune delle mie emozioni e dei miei pensieri che hanno e stanno accompagnando il percorso di omogenitorialità di Marica e mio.
 
Giovedì 6 aprile 2007
La scelta di diventare madri, grazie ad un donatore anonimo, vive in noi già da molti mesi.
Già in passato, io ho tentato per tre lunghi anni di rimanere incita, ma non ci sono riuscita: nessuna malattia, nessun problema ginecologico, semplicemente non è avvenuto, il mio corpo non ha accolto una nuova vita. Ma la mia mente e il mio cuore  hanno continuato e continuano ancora oggi a pensare e a desiderare questa vita.
Il giorno in cui Marica mi ha espresso il suo desiderio di maternità e la voglia di condividerlo con me, io ho sentito un’emozione così profonda e calda, che oggi, lo confesso, faccio ancora un po’ di fatica a credere a questo meraviglioso concepimento. Non vorrei più provare quel dolore immenso che è il fallimento,  la perdita di un sogno e il lutto per  un’opportunità di amore mancata.
Marica è molto forte, desidera  profondamente un figlio; io invece per il momento aspetto di conoscerlo alla prima ecografia, poi mi abbandonerò all’amore più profondo e totale.
In Italia tre anni fa è stata approvata una legge: la legge numero 40 del 19 febbraio del 2004 e sottoposta al referendum il 12 e 13 giugno del 2005. Una legge assurda con assurde conseguenze: una legge che proibisce la fecondazione anche eterologa. Per questo motivo la prossima settimana (11 aprile 2007) saremo costrette ad espatriare e a partire per Barcellona, uno dei tanti paesi europei dove è possibile realizzare il nostro desiderio d’amore: la Spagna. Purtroppo nostro figlio nascerà in Italia, un paese soffocato da un cattolicesimo cieco e incapace di sentire il cuore e le esigenze di quelli che dovrebbero essere i suoi credenti. Un paese dove non solo il moralismo è dilagante ma la moralità è latitante.
Per me ci sono alcuni fondamentali valori alla base della nostra vita:  il rispetto delle scelte altrui, la libertà di esistere nelle diversità, la forza dell’amore e della condivisione, il riconoscimento dei meriti, la lealtà, la fiducia.  Questi valori qui in Italia non sono molto considerati, quindi ci sforzeremo di trasmettere a nostro figlio le capacità intellettuali ed emotive che gli  consentiranno di rispettare l’altro diverso da noi,  così com’ è, né migliore né peggiore, solo diverso: perché la diversità è un valore.
Mi chiedo spesso come sarà nostro figlio, se avrà in se l’ispirazione ad essere un individuo pensante e sognatore, con una visione della vita e del mondo in prospettiva, augurandogli che la curiosità e la voglia di sperimentare lo portino ad essere sempre più forte delle paure. Poi, mi dico, sarà l’uomo oppure la donna che sceglierà di essere: l’importante è crescere insieme, dentro le emozioni, con sentimento, amore e intelligenza. Ripeto: questo è l’ importante e la sua vita sarà soltanto sua.
I miei genitori, non sanno ancora del nostro progetto, o meglio  hanno appreso che Marica ed io abbiamo questo forte desiderio grazie alla lettura di un libro, che gli abbiamo fatto trovare sotto l’albero di Natale, scritto da una nostra amica Cristiana Alicata, un libro che contiene una mia post-fazione. Loro  non hanno fatto domande e chiesto chiarimenti. Forse li agita il desiderio di diventare nonni ma, allo stesso tempo, anche la paura di questo progetto così alieno rispetto ad una società, la nostra,  che non legittima diverse forme di famiglia: per esempio quella composta da due donne con figli. Penso che sia per questo motivo che preferiscono non farci domande.
Marica, invece, ne ha già parlato con il suo papà e la sua mamma. Dopo un grande stordimento, quasi un terremoto emotivo, si sono scatenate tutte le loro paure!!! Per noi  è stata un’onda emotiva difficile da cavalcare.
Accettiamo anche questo faticoso e doloroso non riconoscimento che ci ferisce e ci indebolisce. Ma andiamo avanti. In salita. Sempre in salita, solo in salita…… non è giusto,ma è così!!!
  
Sabato 14 aprile 2007
Siamo tornate  tre giorni fa da Barcellona, dove Marica si è sottoposta alla prima visita ginecologica: risultato positivo.
Adesso aspettiamo che arrivi il ciclo mestruale e poi, dopo gli ormoni, si parte per la prima fecondazione!
Questo viaggio è stato molto emozionante, la paura si è alternata alla gioia del nostro  progetto  d’amore: Marica non smetteva di rivolgere il suo sguardo  emozionato e impensierito verso   tutti  gli abitanti di Barcellona tentando di immaginare il volto, il colore dei capelli, il taglio degli occhi che potesse avere il donatore dello sperma. Certo, la genitorialità non è solo biologica, ma l’istinto naturale e primitivo a ritrovarsi nelle proprie radici genetiche è forte e agisce con prepotenza.
Ed è qui che le energie contrapposte della natura e della cultura rispetto ad un “diverso” sentimento d’amore fanno fatica a trovare il loro equilibrio.
In questo vortice di sensazioni mi rendo conto di essere una spettatrice partecipe che per la prima volta pensa di capire quali possano essere i sentimenti e le emozioni di un padre, ma io sono una donna e sarò una madre, con tutte le emozioni di una mamma.  Un mix davvero esplosivo, che si espone a facili e superficiali fraintendimenti: saprò cosa vuol dire essere padre essendo una madre. Perché sarò semplicemente un genitore.
 
Venerdi 11 maggio 2007
Il 9 maggio siamo tornate a Barcellona per l’inseminazione: siamo partite la mattina e tornate la sera. Una giornata “piena” di emozioni. Grandi e piccole.
Le dottoresse sono pazzesche, partecipi ed accoglienti, mai giudicanti. In Spagna si respira davvero un’altra aria: un’ aria buona, aria profumata, aria nuova! E poi la competenza e le tecniche di inseminazione sono molto più accurate che in Italia. Io che ho fatto molte inseminazioni in Italia per tre lunghi anni, non sono mai stata fecondata con tanta precisione ed  attenzione.
A Barcellona, ho assistito, grazie all’ecografia in tempo reale, all’immissione dello sperma tra i follicoli di Marica: un’emozione incredibile! Ma l’elemento unico e sostanziale che ha fatto e fa la differenza E’ LA CONDIVISIONE, LA PARTECIPAZIONE E’ LA COMPENETRAZIONE tra Marica e me. Questa esperienza ci ha unito ancora di più, ci rende più forti e serene.
Abbiamo pianto e riso  per le nostre paure, amandoci ed accogliendoci come in un’ amplesso senza fine.
Stremate e felici siamo uscite dalla clinica  ed abbiamo fatto una passeggiata lungo la spiaggia di Barcelloneta, con il sole che da  “grande madre”  ci scaldava  ed illuminava di energia.
Marica purtroppo aveva un forte mal di pancia, le iperstimolazioni ormonali dei giorni prima l’ avevano molto provata e la rottura dei follicoli le comportavano grandi dolori addominali che hanno accompagnato il nostro ritorno a Roma.
Avevamo veramente voglia di tornare a casa nostra, per poter stare in silenzio, con le emozioni,  uniche complici della nostra felicità.
 
Venerdì 25 maggio 2007
Purtroppo, proprio ieri sera, Marica, ha avuto le prime perdite dovute al ciclo, abbiamo fatto il test di gravidanza ed il responso è stato “crudo” : non aspettava nostro figlio.
Il dolore è arrivato forte al cuore e le aspettative infrante hanno lasciato spazio alle lacrime, un momento difficile, ma accanto a Marica mi è sembrata bella e significativa anche la sofferenza.
Sono sempre più convinta che è il percorso, la condivisione e l’amore sono ciò che più contano e danno significato a questo desiderio di genitorialità!
Ci riproveremo e speriamo in un lieto fine.
 
Domenica 24 giugno 2007
Nel mese di giugno c’è stato un altro “viaggio della speranza” a Barcellona che si è concluso con un nulla di fatto….. le preoccupazioni e le paure aumentano.
 
Martedì 3 luglio 2007
Siamo tornate da Barcellona giovedì scorso,  speranzose che questa esperienza si concluda presto e bene.
Tuttavia atterrate a Barcellona la mattina di giovedì 28 giugno, eravamo veramente provate. Le delusioni per i precedenti tentativi non andati a buon fine, mesi di ormoni che se assunti per troppo tempo possono causare il tumore, ecografie continue, medicinali di sostegno all’utero e all’endometrio, genitori che  sembrano capire ma poi non sostengono, in poche parole una “pesantezza emotiva” che toglie energie: tante!
Ci siamo dirette al “nostro” bar che si trova accanto alla clinica universitaria “Dexeus”. Abbiamo ordinato la “nostra” colazione spagnola: salata e dolce come le nostre emozioni! Così il buonumore è tornato timidamente ad affacciarsi nei nostri occhi.
Da un canto la sicurezza, il senso di protezione, dall’altro la cautela e la prudenza sono le emozioni che provo appena   entro in clinica: una clinica pulita, ordinata, con un personale accogliente ed educato. Si percepisce l’efficienza, si percepisce il valore:  tutto quello che non vedo nel nostro Paese, l’ Italia, un Paese che vota un referendum CONTRO: CONTRO LE DONNE, CONTRO L’ AMORE, CONTRO SE STESSO, e sono contenta di poter permetterci il lusso di questi viaggi in Spagna, il lusso di una libertà, il lusso di un sogno, il lusso di un progetto, il lusso di un figlio: finalmente il lusso dell’amore!!!
Quando la ginecologa disse con convinzione: “La terzera è la ultima” abbiamo pensato  che non potessimo più continuare con le inseminazioni e saremmo state costrette a sottoporci alla FIVET, ma poi  la dottoressa leggendo nella profondità dei nostri occhi preoccupazione e delusione ha detto che prevedeva “uno stado imbarasado”, ossia che questa famosa “terza ultima volta” sarebbe stata quella definitiva perché Marica sarebbe finalmente rimasta incinta. Così, grazie a queste parole, nei nostri  cuori è rinata la speranza!
Dopo l’inseminazione è arrivato il silenzio, i nostri occhi si riempiono di lacrime, di speranza per questo figlio che tanto desideriamo, di fiducia verso la scienza e la natura, di paura  per un altro fallimento, di attesa per i primi segnali che ci annunceranno che siamo entrambe incinte.
NASCI, NASCI,  ti prego!!! Figlio mio, figlio nostro.
Daniela
postato da: damaga alle ore 13:27 | Permalink | commenti (3)
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